Articoli di Giovanni Papini

1905


Intorno alla "Logica"
(botta e risposta tra B. Croce e G. Papini dopo la pubblicazione dell'articolo
La logica di B. Croce apparso su Leonardo, n. 17, pp. 115-120, giugno-agosto 1905)

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 18, pp. 177-181
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Data: ottobre-dicembre 1905




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Perugia, 12 settembre 1905.


   Mio caro Papini,

DUNQUE, le cose stanno proprio così? Davvero abbiamo già costituite due scuole, l'una a Napoli, l'altra a Firenze, l'una razionalistica, l'altra prammatistica, l'una in certo qual modo asservita allo straniero tedesco, l'altra a quello anglosassone? Io non so se, quando saremo diventati materia storica (tutto diventa materia storica), qualche erudito del futuro ci raggrupperà in iscuole; ma so bene che per ora, cioè finchè vivo, nel mio animo questa idea di scuola non riesce ad entrare, e non posso rassegnarmi a considerarla legittima. E son disposto a far eco a Maffeo Pantaleoni, il quale, inaugurando alcuni anni fa il suo corso di economia politica nell'università di Ginevra, e prendendo per tema appunto le differenze di scuola in economia, ebbe a dire, alquanto brutalmente, che a suo parere nella scienza economica le scuole sono sempre e soltanto due: quelli che la sanno e quelli che non la sanno. Se il vostro prammatismo giungerà a dissipare la mia ignoranza, cioè a convincermi, vi avverto che per mio conto passerò armi e bagaglio alla scuola di Firenze, anche a rischio di lasciar Napoli senza una scuola propria: danno, che i miei concittadini mi perdoneranno assai facilmente, tanto più che non se ne accorgeranno.
   Mettendo da parte lo scherzo, io credo poco opportuno il pronunziare nomi di scuola anche per altre due considerazioni. La prima è, che a quel modo si dà troppo gusto agli scioperati, i quali questo appunto desiderano, di poter parlare agevolmente delle cose che ignorano senza darsi la pena di studiarle, e vanno avidamente in cerca di quei nomi riassuntivi, lietissimi di apprendere e ripetere che il tale è un razionalista, il tal altro è un prammatista, il tal altro ancora un idealista, e via dicendo. E sembra poi giusto che, se vi sono queste caselle, qualcuno debba pur riempirle; e più volte a me è capitato che, criticando gli errori di uno scrittore, mi son sentito rispondere, da qualche suo difensore: — è naturale, egli è un neocritico e tu sei un razionalista: — è naturale, egli è un positivista e tu sei un idealista; o simili. Come se la discussione cadesse su ciò, e non sulla verità! Come se, pel solo fatto che certi spropositi prendono un certo titolo, cessassero di essere spropositi, diventando quasi rispettabili funzioni sociali; e tra un positivista e un idealista non corresse altra differenza che quella che c'è, per esempio, tra un impiegato al catasto e un impiegato all'economato dei benefici vacanti.
   La seconda considerazione è più grave, perchè concerne non gli altri ma noi stessi, l'intimo del nostro animo. A forza di ripetere un nome di scuola e di professarci ligi a certi libri e a certi scrittori, non c'è rischio che noi finiamo col premere sul nostro atteggiamento interno, e da liberi ricercatori del vero ci andiamo mutando, insensibilmente, in avvocati di una tesi, attori di una parte, impegnati verso noi stessi a sostenere un certo ròle, pel quale poi nessuno ci paga? — E, con questa seconda considerazione, io entro a discutere le obiezioni che voi, mio caro Papini, avete mosso al mio ultimo lavoro, con vivo spirito di simpatia ed amicizia del quale vi sono assai grato, ma insieme con un certo metodo il quale ha prodotto in me una curiosa impressione, che debbo manifestarvi.
   Voi, in quelle obiezioni, non mi siete sembrato un avversario, che, o per invincibile temperamento o per condizioni di cultura, stia in tale posizione ed a tale distanza, che il dissenso è inevitabile; ma, anzi, un cervello acuto, che scorge il punto giusto delle questioni, ma, non so poi perchè, non si risolve a fermarcisi. Voi non siete una di quelle pigre rozze, che è impossibile far trottare verso un dato segno; ma un agile destriero, che corre di lancio fin presso al segno; senonchè, giuntovi presso, gli volta capricciosamente le spalle, per non toccarlo!
   Per esempio, voi notate nel mio scritto parecchie frasi di sapore hegeliano, nelle quali si unificano due concetti che comunemente sono considerati o come diversi o come contrari. E, dopo esservici travagliato contro, biasimando il procedimento, voi concludete: «Ammesso che si tratti veramente di una sola, unica ed identica cosa», — e, di certo, questo è il presupposto giusto; altrimenti quelle affermazioni sarebbero sbagliate in re, e in re bisognerebbe provar lo sbaglio; — «non si fa altro (con quelle frasi) che avvertire paradossalmente» — perchè paradossalmente? direi piuttosto, energicamente — «che c'è una parola superflua; e la grande rivelazione filosofica si riduce semplicemente a proporre un'aggiunta al dizionario degli omonimi» (pag. 117 n.)
   Ora, voi sapete quanto me, che ciò che il volgo chiama, in quel caso, soppressione o mutazione di parole, è soppressione o mutazione d'idee; e che il cosiddetto dizionario degli omonimi è, in quel caso, niente di meno, il sistema delle conoscenze che l'umanità va elaborando. Per «sopprimere» una di quelle parole, c'è voluto, spesso, un lavoro di secoli!
   Altro esempio. Voi chiedete una dimostrazione dell'esistenza


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del concetto puro, e dite che io non l'ho data. Ma, lasciando stare che la dimostrazione è tutta la mia costruzione, cioè la mia pretesa che, con essa, la funzione conoscitiva diventi trasparente e comprensibile in tutte le sue forme, voi sapete che nel mio libro v'ha perfino qualcuna di quelle forme espositive o didascaliche, che si sogliono, nella scuola, chiamare dimostrazioni: tanto che vi fate a criticare appunto la mia dimostrazione negativa dell'esistenza dei concetti puri, dedotta dall'impossibilità di concepire, senza di essi, gli stessi concetti impuri o nominalistici, che presuppongono i puri, come — io ho detto — la moneta falsa presuppone la buona. Non c'è proprio bisogno — voi scrivete (p. ii8) «di ricorrere al concetto puro per spiegarsi le origini delle prime astrazioni, le quali derivano dalla discriminazione parallela del simile e del dissimile, la quale è un'operazione del tutto empirica e non esige, mi pare, la presenza di nessun anticipato pensamento dell'universale....». Mi son permesso di sottolineare alcune vostre parole. La discriminazione, di cui voi parlate, sarà empirica; ma è empirico anche il concetto del simile e del dissimile? Donde viene, in quella vostra operazione, il concetto discriminatore? Il panno non si taglia col panno, ma con la forbice; ora, la forbice sarà anch'essa panno?
   Ed ecco voi vi accorgete, — e quel dubitoso mi pare, è già indizio, se non mi sbaglio, del vostro accorgimento, — che il concetto puro dev'essere ciò che si chiama anche categoria (p. 119). Ma della categoria vi spacciate, un po' con un motto di spirito, un po' con l'affermare che, essendo vuota, è impensabile. Appunto perchè vuota (cioè piena di sè!) è sola pensabile: se fosse piena (cioè piena d'altro!), non sarebbe più contenuto di pensiero, ma d'intuizione: sarebbe non il pensiero, ma i pensieri di Tizio, che ha la moglie prossima al parto e di Sempronio, che non sa come pagare il fitto di casa!
   Non crediate che io abbia finito con gli esempii. Ne trovo subito un altro, bellissimo, nella parte in cui voi rigettate la mia teoria della storia considerata come intuizione che, restando intuizione, vien rischiarata da concetti, e di cui la più semplice espressione è da me riposta nel «giudizio individuale», nel quale un soggetto (intuitivo) è qualificato con un predicato (universale). «Come potrà — voi scrivete — la forma dell'universale ripensare il particolare?». E qui è un dilemma: la cosa è impossibile perchè allora o l'intuizione sarebbe ridotta al concetto, il che è contro la teoria del Croce — e, difatti, io ho sempre combattuto questa veduta della storia; — o si giudicherebbe l'intuizione, e ciò sarebbe erroneo perchè lo storico deve raccontare e non premiare o biasimare. Ma questo dilemma non mi stritola, perchè io ne accetto appunto la seconda parte; e sostengo, per l'appunto, che uno storico non fa la storia se non giudicando. Se egli non giudicasse non si distinguerebbe in nulla dal poeta. Come da anni io sostengo il carattere intuitivo della storia di fronte alle scienze concettuali, e la sua parentela con l'arte; così, da anni, difendo anche la necessità dell'elemento interpretativo, cioè giudicativo, cioè filosofico, nella storia. E mi viene in mente che voi proprio avete applaudito ad un mio scritterello intorno alla soggettività storica; ed anzi volevate portar le mie conclusioni anche più oltre, a un punto in cui io non potevo più seguirvi. Non ho a mano, qui, la collezione del Leonardo; ma ricorderete o ritroverete voi stesso il brano al quale alludo, in uno dei primi fascicoli della seconda serie.
   Altri esempii alla rinfusa. Io ho detto che la tecnica sta per l'azione e non per la ricerca del vero; e voi osservate: «Come se per agire non bisognasse procurarsi previsioni vere!». Certamente, e questo non sono io che potrei negarlo: tutt'al più, lo dovreste negar voi, prammatisti. Ma, se le previsioni vere servono all'azione, non possono per ciò stesso servire a costituir la verità; e per questa ragione io negavo, in quella pag. 12 da voi citata, che la scienza logica possa guidare il pensiero, e cioè funzionar da tecnica. Io ho riconosciuto alla cosiddetta logica matematica, tutt'al più, uno scopo pratico; e voi ribattete: «Come se questi non fossero appunto gli unici e più importanti suoi scopi, e non siano perciò distrutte tutte le critiche che ad essa il Croce muove!». La critica che importa a me, come studioso di filosofia, è che la logica matematica non è scienza logica, non è scienza del pensiero; e, se siamo d'accordo in questo, se io vinco questo punto, non so come la mia critica possa essere distrutta dall'affermazione, che quella cosiddetta logica può avere, se mai, coi suoi simboli, qualche pratica utilità. Beninteso, questa pratica utilità, che io ho concesso per largheggiare, finora non è apparsa ne nel campo delle scoperte scientifiche ne in quello della comunicazione della scienza, cioè dell'insegnamento. Ma mi auguro che tutti gli sforzi, che tanta brava gente fa, diano un qualche risultato pratico, sia pure piccolo; sarebbe troppo malinconico pensare che tanta noiosa fatica debba restare affatto sterile!
   Io ho detto che le convenzioni sono utili, ma che dal punto di vista teoretico o scientifico, cioè quando non si prendono più per convenzioni quali sono, appaiono erronee ed irrazionali; e voi esclamate: «Come se tutto ciò che è utile fosse utile perchè falso; e come se il vero, per conseguenza, avesse la bella qualità di non servire a nulla». E qui una tirata finale sulla


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filosofia che io seguo, degna di ogni irreverenza in vista, perchè non servirebbe a nulla. No: non si tratta di ciò: la somma verità è somma utilità e l'utile poggia sul vero. Ma altro è l'utilità del vero, altro è l'utile che si dà per vero. Il vero è tanto più vero (e quindi tanto più utile) quanto è più puro, nella sua, costituzione, di ogni utilità; le convenzioni sono invece formazioni spirituali in cui l'utile opera come costitutivo: e, quindi, non sono verità.
   Ma con queste ultime osservazioni son passato dai punti (e sono i più) nei quali la risposta esatta è già nelle vostre parole, a quelli in cui a me pare che voi sbagliate perchè non avete data sufficiente attenzione al mio pensiero, ovvero io non ho avuto la fortuna di spiegarmi con sufficiente chiarezza. Voi adducete (p. 117 n.) due mie «strane contradizioni»; una delle quali sarebbe questa: «Il Croce dice che il concetto è parola (pag. 83), e poi afferma che la forma verbale resta sempre rispetto al concetto.... qualcosa di accidentale e di estrinseco (p. 133). Come mai accidentale ed estrinseca una cosa di cui il concetto, qualunque sia, non può fare a meno!». Ma cotesta non è una mia affermazione incidentale; è una teoria che ho accuratamente elaborata in parecchi libri, cioè la teoria del concetto come grado superiore e ulteriore rispetto all'intuizione, e quindi insieme distinto e unito ad essa. Io non posso togliere la sua forma a un'intuizione, senza mutare l'intuizione stessa: non posso, per esempio, tradurre in altra lingua o parafrasare in prosa il verso del Petrarca:

Deh! perchè tacque ed allargò la mano?...

senza che quel verso diventi un'altra cosa, mutando la precisa fisonomia della situazione e del sentimento che esprime. Ma il concetto del numero due — che non può pensarsi senza un'espressione verbale o grafica o geroglifica che sia, — è sempre lo stesso concetto o che si esprima come due o come zwei, two, deux, dos, duo, düo, ecc. (vedere l'opera del prof. Trombettil); e, quindi, l'espressione non può mancare, ma questa o quella espressione è accidentale ed estrinseca. È chiaro? L'altra mia contradizione sarebbe: «Il Croce dopo avere insistito (pp. 18-21) che il concetto non può essere che universale, parla poi dei concetti particolari (p. 105)». Ma i concetti particolari, di cui io parlo, sono concetti universali, che si dicono particolari pel posto che prendono nell'organismo degli universali; e non già perchè siano concetti rappresentativi ossia aggregati d'intuizioni. Così anche (p. 119) io non ho mai negato che i concetti possano entrar nell'opera d'arte, perchè altrimenti dovrei negar carattere di opera d'arte al Fausto e ai Promessi sposi: ciò che ho sempre sostenuto è, che non debbono entrarvi di necessità, e che, quando c'entrano, pel solo fatto che servono a caratterizzare situazioni e personaggi, non sono più concetti, avendo perduto l'autonomia del concetto; sono asserviti all'intuizione, son diventati elementi d'intuizione, dalla quale bisogna astrarli (cioè distruggere mentalmente l'opera d'arte) per ripossederli in forma di concetti.
   Quanto poi alla vostra critica, che l'universale sia incomprensibile perchè «comprende tutte le cose, cioè non si può distinguere per definizione da nessun'altra cosa, vale a dire, che sfugge all'esigenza universale di ogni conoscere: la contrapposizione» (e qui una citazione di Stuart Mill), io non so che cosa dire, perchè non so come possa negarsi l'esigenza dell'unità, ch'è intrinseca al pensiero; e che l'abbia negata Stuart Mill, servirebbe soltanto a raffermarmi nella scarsa stima che ho di quel pensatore. Pensare sarà distinguere: ma dove è detto che distinzione importi molteplicità di reali, pluralismo ed atomismo? L'universale si distingue in sè stesso, come organismo di gradi o funzioni o categorie; e si distingue da tutto ciò che non è universale. Volete maggiori distinzioni di queste? Ma non si distingue come una cosa particolare da un'altra cosa particolare; altrimenti sarebbe un'intuizione o un concetto empirico.
   E mi pare di avere risposto a tutte le obiezioni che voi mi movete; giacchè quanto alla noterella riguardante le aggiunte che potrebbero farsi al rapido schizzo che io ho dato della storia della logica, non potrei se non allargarla, estendendola ad un intero fascicolo doppio del Leonardo!
   Piuttosto, permettetemi che io aggiunga qualche parola intorno all'articolo, che segue il vostro, di Giovanni Vacca, che è rivolto contro ciò che io nel mio lavoro dico della matematica, ed è intitolato: In difesa della matematica. In difesa? Perchè? Forse l'ho offesa? Io ho cercato semplicemente di comprendere l'indole logica della matematica; ma è ben chiaro che una spiegazione logica non può ne togliere ne accrescere valore ad una disciplina, che è indispensabile alla vita umana. Il Vacca vuol far intendere che io di matematica conosco poco; ed in ciò egli ha errato dove forse non immagina: io non ne conosco poco, ma pochissimo; la mia ignoranza della matematica è molto più grande che il Vacca non sospetti. Perciò appunto, nell'indagarne l'indole universale, io mi son dovuto valere delle operazioni aritmetiche e dei «banali» teoremi della geometria euclidea. È legittimo questo procedimento? Il Vacca mi mette in contradizione con me stesso, citando un mio brano in cui io riprovo la mania etnografica e preistorica per la quale, volendo stabilire che cosa è l'arte, la gente va a cercare prodotti d'arte rudimentali


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e spesso equivoci, quando basta fermar l'occhio sui capolavori, dove l'equivoco non è possibile e dove si trova il medesimo che nelle forme meno perspicue di arte. Ma, per poter rivolgere questo mio canone contro di me, egli avrebbe dovuto provare che le quattro operazioni e i «banali» teoremi euclidei non sono formazioni matematiche, o sono dubbie formazioni matematiche; e che l'indole vera di queste deve perciò desumersi da altre formazioni, di quelle che io ignoro e che presentano indole gnoseologica diversa da quella delle prime. La dimostrazione non e stata data da lui; ne mi sembra possibile.
   Quanto poi alla definizione del Russell, da me citata, per trarne una conferma della tesi che sostenevo, io l'ho intesa per l'appunto nel senso in cui il Vacca la spiega: cioè che la matematica sia una disciplina in cui 1) non si sa mai di che cosa si parla; cioè non si parla in essa di questo o quel fatto particolare (e quindi non è disciplina storica); e 2) non si sa se ciò di cui si parla sia vero; perchè le sue affermazioni sono vere rispetto a certi postulati e definizioni, ogni sistema dei quali è in certa misura arbitrario. Dal che ho dedotto a fil di logica la conferma della mia tesi: che la matematica, non possedendo ne verità storica ne (poichè riposa su postulati arbitrarii) verità filosofica, non è scienza ma strumento e costruzione pratica.
   Ma, mentre voi, caro Papini, combattevate il mio «razionalismo», non potevate pensare, ne sono sicuro, che contemporaneamente io sarei stato combattuto come antirazionalista, contingentista, prammatista„ estetista, ecc., da un recensente della Revue de métaphysique (fascicolo di luglio 1905), in una certa violenta quanto spropositata noterella intorno al mio libro. Io non ho nulla da rispondere a quel signore; e soltanto non so tenermi dall'esprimere la mia meraviglia, che in una rivista di metafisica riescano a se faufiler come recensenti di libri filosofici persone che negano la logica filosofica, e quindi quella metafisica, che è nel titolo della rivista. Il che potrebbe anche lasciarsi correre, nelle riviste che vogliono dar libero sfogo alle più varie opinioni; quando però la recensione fosse firmata e non già anonima.. E, firmata, potrebbe leggervisi sotto il nome di qualche fanatico colporteur di logica matematica e di lingua universale, la cui irritazione io sarei lietissimo di aver provocato, come mi sono sempre allietato del suo affannarsi a costituire associazioni internazionali, e del suo andare in giro pei congressi smanioso di porre in bocca agli uomini la lingua universale!
   Abbiatemi con saluti cordiali

vostro
B. CROCE.



     Carissimo Croce,
   Com'è che avete preso tanto sul serio l'affare delle «due scuole»? Il fatto di parlare di scuola (per la qual parola e cosa ho tanta poca simpatia) doveva farvi avvertito che c'era, in quel che dicevo, dell'ironia. Ma lasciando da parte la parola, volutamente caricata, restano le differenze le quali esistono veramente, e sono differenze di temperamenti e di coltura difficilmente sopprimibili. Anche se voi vi convertiste al nominalismo e veniste a Firenze resterebbero tra me e voi delle diversità d'indole intellettuale e di genere di studi infinitamente più grandi di quelle che pure esistono fra me e Giuliano il Sofista.
   Io non v'imiterò certamente, per esempio, prendendo troppo sul serio la vostra credenza all'unicità del vero. In fatto di verità metafisiche, io resto, malgrado tutto quello che mi dite o potete dirmi, un politeista, cioè un credente non solo alla doppia verità ma anche alla molteplice verità. Ci sono delle verità che convengono a certi cervelli e ad altri no -- di quelle che fanno comodo in certe stagioni e molestano in altre. Non son disposto ad ammettere l'unica verità altro che nel senso della previsione giusta, la quale, quand'è veramente tale, è per tutti la stessa, ma non credo che questa definizione della verità sia la vostra, tanto più che in questioni di metafisica è un po' difficile fare delle previsioni precise e particolari.
   Quanto alle vostre risposte alle mie obiezioni vi dirò, naturalmente, quello che dicono tutti in simili occasioni, cioè che lasciano quasi intatto ciò che avevo detto. Mi sembra che voi abbiate con alcuni vostri oppositori un certo ottimismo che vi fa credere di essere molto più d'accordo con loro di quel che in realtà non siate. Con questo ottimismo voi fate certo un complimento ai vostri avversari ma non rendete forse un buon servizio a quella famosa Verità unica e indivisibile alla quale portate tanto amore.
   Infatti, nel caso nostro, i contrasti tra il vostro modo di pensare e il mio rimangono. Il nocciolo della questione stava nel «concetto del concetto» e l'unica, cosa che voi opponete alle mie critiche è che i concetti di simile e dissimile non sono empirici. Questo io nego recisamente. Il vedere le somiglianze e le dissomiglianze è uno dei primi affari della mente e molto anteriore ai vostri ipotetici universali. Di somiglianze e dissomiglianze se ne possono osservare e indicare una gran quantità avanti d'arrivare a formare i concetti di simile e dissimile. Il percepire le somiglianze e le dissomiglianze appartiene, direi quasi, al periodo istintivo della conoscenza. Senza contare poi che questi concetti sono molto dubbi. Aristotele che vi ha dedicato


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due capitoli della sua Metafisica (Lib. V, cap. 9 - Lib. X, cap. 3) si riduce a dire che il simile è ciò che non è identico e che il dissimile è ciò che non contiene nulla di eguale!
   Voi non volete saperne affatto del mio argomento contro l'universale il quale, per me, è decisivo. Giacchè non parlo dell'idea dell'universale (la quale potrebbe forse esser capita, come dite, contrapponendola a quella di ciò che non è universale) ma proprio di quei tali universali che i filosofi usano. Ora codesti universali hanno dei nomi tolti al mondo empirico, e quando si afferma che non hanno più nulla a che fare col mondo empirico, cioè che designano tutto, io sono assolutamente incapace (scusate la mia deficienza mentale) di comprendere qual significato possono mai avere quelle parole. Nel mio Crepuscolo dei Filosofi, parlando di Hegel, di Schopenhauer o di altri, ho dato parecchi esempi di sensicidi di codesto genere, cioè di parole aventi un preciso senso empirico che elevate al pericoloso soglio della monarchia metafisica sono svanite nel nulla come ingoiate dal terribile dissolvente del monismo. Per me, insomma, la differenza è l'ossigeno delle idee; per voi, invece, l'unità è il letto delle idee, il luogo dove trovano il riposo e la gioia.
   Restando il dissidio su questi punti qui è perfettamente inutile discutere sul resto e anche se vi dessi ragione in qualche punto particolare la nostra questione non sarebbe molto avanzata. Si tratterebbe di trincee d'avanguardia prese o riprese, che non influiscono sulla capitolazione degli eserciti.
   Unicamente per quelli tra i miei amici che hanno un certo ribrezzo per la contraddizione voglio purgarmi d'una di queste orribili colpe di cui m'accusate. Si tratta della questione della storia. Voi tentate di mettere in contraddizione quello che dico sullo storico che deve raccontare e non giudicare con quello che scrissi parecchio tempo fa sulla soggettività dello storico (Leonardo, nov. 1903, pag. 14).
   Ma la contraddizione, caro Croce, non c'è. Si tratta di due sensi abbastanza diversi della soggettività. Nel 1903 io difendevo contro di voi il «subiettismo sentimentale» e concludevo che lo storico non può fare mai a meno del «soggettivismo sentimentale» e che la scelta dei suoi ideali «è determinata dai sentimenti e dagli interessi suoi personali». Vale a dire che io combattevo contro il «soggettivismo logico» quello che giudica in base a certe leggi, in favore del «soggettivismo sentimentale» cioè che sceglie, condanna, esalta secondo passioni e interessi personali e momentanei.
   Nel 1905 la mia opinione non è mutata ma si presenta a metà e mi limito a dire che lo storico non deve «premiare o biasimare». E premiare e biasimare sono ben diversi dall'amare e odiare. Si premia e si biasima, in base a certe leggi, a certi concetti generali, mentre ci si entusiasma o ci si arrabbia soltanto per sentimenti e passioni personali. Ciò che io intendo colla parola giudicare è la valutazione in base a regole generali, alla qual cosa io son contrario oggi com'ero due anni fa.
   Scusatemi, caro Croce, se non vi rispondo più a lungo, ma debbo cedere il posto all'amico Vacca il quale approfitta del vostro disdegno per la matematica per dire intorno ad essa delle cose abbastanza diverse da quelle che si dicono sempre.
   Un'altra volta c'intratterremo più a lungo e spero di farvi diventare assai più pragmatista di quel che non siate ora. Cercherò solamente che non lo diventiate troppo, altrimenti sarei costretto io a farmi hegeliano ed ho una gran paura che non riuscirei abbastanza nel nuovo rôle.
   Vogliatemi bene e crediatemi sempre vostro affezionatissimo

G. PAPINI


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